Settimana corta e settore pubblico: un laboratorio per il futuro del welfare

Nei precedenti articoli abbiamo tracciato l’evoluzione storica della riduzione dell’orario di lavoro e analizzato le sperimentazioni più rilevanti della settimana lavorativa di quattro giorni a livello internazionale. Abbiamo visto come questo modello organizzativo – basato sulla riduzione dell’orario settimanale a parità di salario e produttività – stia guadagnando terreno in diversi settori economici, mostrando benefici concreti sul piano della produttività, della salute mentale e dell’equilibrio vita-lavoro.
In questo terzo approfondimento, spostiamo lo sguardo sul settore pubblico, un ambito strategico non solo per la quantità e qualità dell’occupazione coinvolta, ma anche per il suo potenziale ruolo di laboratorio istituzionale e culturale. Analizzeremo le applicazioni e le sperimentazioni più significative della settimana corta nella sanità e nell’istruzione, due ambiti chiave in cui le condizioni di lavoro impattano direttamente sulla qualità dei servizi offerti alla cittadinanza.
A partire da queste esperienze, affronteremo due ulteriori piani di lettura: da un lato, il possibile impatto della settimana corta sul sistema previdenziale, in un momento storico segnato dall’invecchiamento della popolazione e dalla crisi dell’occupazione stabile; dall’altro, la sua relazione con il tema della denatalità, sempre più centrale nelle agende demografiche europee e sammarinesi.
L’obiettivo è mettere in luce come la riduzione dell’orario di lavoro nel pubblico impiego – lungi dall’essere una mera rivendicazione categoriale – possa diventare una sperimentazione in grado di dimostrare la sostenibilità sociale di questa riforma, capace di connettere benessere individuale, qualità dei servizi e resilienza dei sistemi di welfare.
Scuola e settimana corta: sperimentazione educativa e alleanza con il territorio
Parlare di settimana di quattro giorni nell’ambiente scolastico può sembrare un salto cosmico. La normalità, sia a San Marinoche in Italia, prevede una settimana scolastica di sei giorni, con alcune eccezioni che hanno portato a una formula su cinque – non senza reticenze – attraverso una riorganizzazione del monte ore settimanale. Tuttavia, il sistema educativo si presta per definizione a essere un luogo di sperimentazione di modelli alternativi di organizzazione del tempo, per rispondere a nuove necessità sociali ed educative.
È il caso degli Stati Uniti, dove da diversi anni alcune scuole hanno adottato la settimana di quattro giorni per far fronte all’aumento dei costi dell’energia. Oggi, oltre il 4% dei distretti scolastici americani ha almeno una scuola con settimana corta, con punte del 60% in Stati come il Colorado. Tra i risultati più significativi osservati negli studi longitudinali, si evidenziano una riduzione dei tassi di abbandono nel personale docente, con un tasso di turnover del 15% inferiore rispetto ai modelli tradizionali, un miglioramento della frequenza scolastica ed un’elevata soddisfazione tra le famiglie: tutti dati rilevanti, soprattutto in un contesto in cui la scuola pubblica viene spesso messa in secondo piano rispetto a quella privata, sia in termini di risorse che di attrattività per il personale.
Un altro esempio particolarmente interessante di accompagnamento istituzionale all’introduzione della settimana scolastica corta proviene dalla Francia, dove la riforma del tempo scuola è stata affiancata dal Plan Mercredi, un programma nazionale lanciato nel 2018 per valorizzare il tempo educativo extrascolastico per i bambini dai 3 ai 12 anni, riorganizzando il monte ore settimanale su quattro giorni invece che su cinque.
Con l’adozione di questo modello, molti comuni si sono trovati nella necessità di offrire alternative educative nel giorno libero, generalmente il mercoledì. Il governo francese ha quindi promosso un piano strutturato e co-finanziato, capace di trasformare quel tempo in un’opportunità educativa e sociale per bambini e famiglie.
Il Plan Mercredi è costruito su tre pilastri: qualità educativa, accessibilità e coerenza con il progetto scolastico. I comuni che aderiscono devono redigere un Progetto Educativo Territoriale (PEDT), definendo obiettivi, modalità operative e partner coinvolti. Le attività devono rispettare una Carta nazionale di qualità, che assicura coerenza pedagogica, sicurezza, inclusione e formazione del personale educativo. Solo i comuni conformi a questi standard ricevono il label “Plan Mercredi”, che consente l’accesso a finanziamenti mirati da parte della Caisse d’Allocations Familiales (CAF). l’equivalente francese degli enti di previdenza e sostegno alle famiglie.
Anche gli insegnanti sono direttamente coinvolti nell’organizzazione della settimana scolastica corta. Il giorno “libero” non coincide con una giornata non lavorativa, ma viene dedicato ad attività funzionali all’insegnamento, come la formazione continua, la programmazione didattica, la valutazione e correzione degli elaborati, nonché gli incontri con colleghi, famiglie o servizi educativi. Svolgendo queste attività durante la mattinata del giorno libero, si libera tempo nei pomeriggi che normalmente sarebbero stati occupati da questi stessi compiti al termine delle lezioni.
Grazie a questo strumento, durante il giorno libero vengono attivate in tutta la Francia attività culturali, artistiche, sportive e ambientali, spesso in collaborazione con realtà locali come musei, biblioteche, planetari, conservatori musicali, fattorie didattiche o associazioni sportive. L’obiettivo è ampliare l’orizzonte formativo dei bambini, valorizzando le risorse educative del territorio e sostenendo le famiglie che, diversamente, si troverebbero a gestire in autonomia il tempo libero dei figli.
La logica del Plan Mercredi non è quindi quella del semplice “intrattenimento”, ma di una vera e propria educazione integrata, in cui la scuola e la comunità lavorano insieme per costruire percorsi di crescita più ricchi, stimolanti e inclusivi. Si tratta di un modello che, per la sua struttura flessibile e multilivello, si presta a essere adattato anche in contesti di piccole dimensioni come quello sammarinese, dove la densità di relazioni tra scuola, famiglie e associazionismo locale rappresenta un punto di forza. In un eventuale scenario di adozione della settimana scolastica corta, l’implementazione di un programma ispirato al Plan Mercredi potrebbe fornire continuità educativa e supporto organizzativo, rafforzando il legame tra scuola e territorio e contribuendo a una gestione condivisa e positiva del tempo liberato per reindirizzarlo verso attività dall’alto valore sociale.
Sul piano economico, invece, i risparmi stimati in Francia sono attorno al 5% e derivano da una riduzione dell’uso dei trasporti, minor impatto ambientale dato dall’utilizzo dei carburanti e spese contenute per la mensa. Inoltre, la maggiore pratica di attività fisica da parte delle nuove generazioni – favorita dalla disponibilità di tempo libero per sport e movimento – può generare un impatto positivo sul lungo periodo sul sistema sanitario, contribuendo a ridurre l’incidenza di malattie legate alla sedentarietà.
Sanità pubblica: contrastare il burnout e migliorare la qualità dell’assistenza
Il primo articolo pubblicato per inaugurare questa serie di approfondimenti sulla settimana lavorativa di quattro giorni partiva effettuando una disamina di ciò che la pandemia da Covid-19 ha lasciato di positivo per l’organizzazione del mondo del lavoro. Questo capitolo intende fare lo stesso, ma partendo dai limiti del sistema sanitario pubblico, resi palesi dalla gestione di quegli anni.
Sembrava infatti che i sacrifici effettuati dal personale ospedaliero fossero a costo zero, sia economici che sociali, e che gli “angeli in corsia” rappresentassero un’unità sociale non più esistente che si muoveva a difesa della popolazione civile. Ci siamo però dimenticati che dietro quell’accattivante nomenclatura giornalistica c’erano, e ci sono, persone, sacrifici, lavoratori e lavoratrici sottoposti a turni massacranti all’interno di un sistema sanitario pubblico sempre più precario.
Non è un caso, infatti, che, finita l’emergenza pandemica, una grande quantità di medici ed infermieri sia migrata verso occupazioni nel privato, seguendo la scia di quel fenomeno di dimissioni volontarie di massa noto come “Great Resignment”, di cui abbiamo già discusso nel primo articolo di questa serie.
Affrontare le condizioni di lavoro all’interno del sistema sanitario è un’urgenza: si tratta di uno dei contesti più esposti al fenomeno del burnout, che colpisce trasversalmente tutte le figure professionali, dagli infermieri agli operatori sanitari, fino ai responsabili delle unità operative. Secondo uno studio internazionale pubblicato su Worldviews on Evidence-Based Nursing (Hayakawa et al., 2025), la prevalenza globale del burnout tra gli infermieri è pari all’11,2%, con picchi ben più elevati tra i dirigenti infermieristici, spesso costretti a gestire carichi di lavoro e responsabilità enormi, in ambienti di forte pressione e sotto organico.
In risposta a questa situazione critica, alcuni ospedali hanno sperimentato la settimana lavorativa di quattro giorni come strumento organizzativo per prevenire l’esaurimento del personale e migliorare la qualità del lavoro. Un esempio di riferimento è il programma attivato in due ospedali pediatrici statunitensi, descritti nello studio di Hayakawa et al.: 38 dirigenti infermieristici e responsabili clinici hanno partecipato a un programma pilota di 4 mesi, passando da un’organizzazione settimanale su cinque giorni da 8 ore a un modello compresso su quattro giorni da 10 ore. I risultati sono stati sorprendenti: il tasso di burnout è crollato dal 61% al 4%, la soddisfazione lavorativa è aumentata dal 71% al 96%, non si sono registrati effetti negativi sulla sicurezza dei pazienti, sulla qualità dell’assistenza o sulle condizioni ospedaliere acquisite. Il giorno libero aggiuntivo è stato definito da molti come “trasformativo”, sia dal punto di vista professionale che personale. Anche altre indagini, come quella promossa dalla piattaforma Sinceritas Executive Search, hanno confermato benefici simili: riduzione dell’assenteismo e aumento della capacità delle strutture sanitarie di trattenere i propri dipendenti più qualificati (employment retention), fattori oggi strategici per il settore pubblico.
La domanda chiave non è se i medici possano curare in quattro giorni lo stesso numero di pazienti che curano oggi in cinque. La domanda è se il sistema sanitario possa funzionare meglio, e a costi inferiori, attraverso l’introduzione della settimana lavorativa di quattro giorni. Per rispondere, è necessario adottare una visione complessiva, capace di valutare le sinergie generate. Mentre i costi relativi al personale stabile potrebbero inizialmente aumentare, si possono prevedere risparmi in almeno quattro ambiti: riduzione dell’assenteismo, minore incidenza di errori clinici, maggiore fidelizzazione del personale e riduzione dei costi legati alla formazione di nuovi medici.
Come detto, dopo la pandemia molti Paesi stanno affrontando difficoltà strutturali nel reclutamento di personale sanitario, in particolare nei sistemi pubblici. Un miglioramento delle condizioni di lavoro rappresenta oggi una leva più efficace rispetto ai soli aumenti salariali, e in questo senso la settimana corta costituisce un’opzione organizzativa credibile e sostenibile.
Un ultimo aspetto riguarda i costi della formazione. Gli alti tassi di abbandono tra i giovani medici – che spesso lasciano il sistema pubblico, emigrano o si spostano nel privato – comportano un aumento considerevole dei costi per lo Stato. Nel Regno Unito, tra il 2007 e il 2017, la percentuale di neolaureati in medicina che hanno proseguito con la specializzazione è crollata dall’80% al 40%. Questo significa che, in soli dieci anni, il costo per ogni nuovo medico formato e specializzato è praticamente raddoppiato. Un sistema sanitario pubblico che adottasse la settimana corta, trattenendo più personale e riducendo l’abbandono precoce, potrebbe contenere questa emorragia di risorse.
I benefici della settimana lavorativa ridotta per la salute e il benessere del personale sanitario non saranno immediati, ma si manifesteranno in modo progressivo e significativo. Già nel breve periodo si può prevedere una riduzione dello stress, del burnout e di alcune patologie psichiche associate all’eccessiva durata dell’orario di lavoro. Uno studio sugli effetti della settimana lavorativa di 35 ore in Francia tra il 1998 ed il 2002 ha, ad esempio, evidenziato una riduzione del 16% della percentuale di fumatori tra gli operai, a dimostrazione del legame diretto tra tempo di lavoro e salute pubblica.
Settimana corta, equità tra generazioni e sfide previdenziali
Il progressivo invecchiamento della popolazione e il calo demografico stanno mettendo sotto pressione i sistemi previdenziali dei paesi occidentali e non solo. A fronte di un numero crescente di pensionati e di una base contributiva sempre più ridotta, le politiche pubbliche hanno spesso risposto con misure strutturali come l’aumento dell’età pensionabile, la riduzione degli assegni previdenziali e l’incremento della pressione fiscale. Si tratta di strumenti economicamente efficaci, ma socialmente critici, che rischiano di penalizzare soprattutto le fasce più fragili della popolazione.
In questo scenario, la settimana lavorativa di quattro giorni può rappresentare una leva di riequilibrio intergenerazionale, capace di attutire l’impatto sociale di queste riforme. Se infatti l’aumento dell’età pensionabile implica per molti lavoratori una compressione del tempo libero post-lavorativo, è equo e sostenibile ripensare a un maggior tempo libero durante la vita attiva. In altre parole, ridurre l’orario settimanale oggi è un modo per redistribuire il tempo nella vita delle persone, consentendo di arrivare più a lungo nel mondo del lavoro senza compromettere la qualità dell’esistenza.
Questa misura è particolarmente rilevante per quei lavoratori impegnati in mansioni fisicamente o psicologicamente usuranti, che spesso hanno un’aspettativa di vita più bassa e meno strumenti per sostenere economicamente una pensione ritardata. La settimana corta, in questo contesto, può compensare in parte le disuguaglianze generate dalle riforme previdenziali, offrendo un miglioramento immediato delle condizioni di lavoro e benessere, soprattutto nelle classi sociali più esposte.
Ma la settimana corta può incidere anche su un altro fronte demografico: la denatalità. In molti Paesi europei – San Marino compreso – e in Giappone, i tassi di fertilità sono in caduta libera. Le ragioni sono complesse, ma tra le principali troviamo l’instabilità economica, la difficoltà di conciliare lavoro e vita familiare, e la carenza di tempo per costruire relazioni solide e progetti di genitorialità. Un modello organizzativo che offra più tempo libero e maggiore flessibilità può contribuire a invertire questa tendenza, riducendo lo stress da conciliazione e migliorando la qualità della vita quotidiana.
Esperienze recenti, come quella promossa dal governo metropolitano di Tokyo con l’introduzione della settimana corta nel pubblico impiego, vanno proprio in questa direzione: favorire una cultura del tempo che riconosca la centralità della vita familiare e permetta alle persone di investire su di essa. Non è un caso i risultati del progetto pilota coordinato da 4 Day Week Global e lo think thank Autonomy abbiano evidenziato come il tempo liberato da una settimana di quattro giorni sia speso soprattutto in attività relazionali, di cura e di partecipazione civica — tutti ambiti fondamentali per una società più coesa e demograficamente più stabile.
In definitiva, la settimana lavorativa di quattro giorni può agire come strumento di giustizia sociale, offrendo risposte concrete a tre grandi sfide del nostro tempo: l’invecchiamento della popolazione, la sostenibilità dei sistemi previdenziali e la crisi della natalità. Un’organizzazione del lavoro più equa e sostenibile, che redistribuisca il tempo prima ancora del reddito, è uno dei passi necessari per costruire un welfare capace di guardare al futuro.