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11° Congresso FPI – Relazione del Segretario uscente Riccardo Stefanelli

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Signore e signori Delegati, graditi ospiti,

Inizio questo intervento con alcune considerazioni di carattere generale. Siamo tutti molto preoccupati per il momento di particolare difficoltà che attraversa il nostro Paese: non solo è a rischio la tenuta economica, ma, osservando gli avvenimenti che si susseguono negli ultimi tempi tornano in mente quei passaggi della storia in cui San Marino ha visto minacciata la propria indipendenza e libertà.

È certamente necessario uno sforzo comune per uscire da questa situazione e spero che anche il nostro Congresso possa rappresentare un seppur modesto contributo in tale direzione. Per questo motivo abbiamo voluto riprendere il titolo generale del Congresso della Confederazione che è stato celebrato qualche settimana fa: “Oltre la crisi” proprio per gettare il cuore oltre l’ostacolo, come si dice, e per riflettere poi su quale sia il contributo che i lavoratori del Pubblico Impiego possono offrire allo sforzo comune di superare la difficile situazione contingente.

Sappiamo che la crisi in cui siamo precipitati ha una doppia origine. Da un lato vi è la crisi internazionale che, partendo dal mondo della finanza ha poi investito l’economia reale, dall’altro la difficoltà nei rapporti con l’Italia che, con l’irrisolta questione black-list, rende difficile un rilancio dello sviluppo.

Ma io penso che vi sia anche una radice culturale della crisi e cioè l’idea  che si potesse vivere, e vivere bene, facendo virtualmente a meno del lavoro, semplicemente sfruttando i cosiddetti capisaldi derivanti dall’autonomia.

E, dobbiamo dirlo, questa mentalità ha pervaso, almeno in parte, anche il pubblico impiego dove il rapporto di lavoro è stato visto, a volte, più come ricerca del “posto”, del “posto sicuro” che non come responsabilità, servizio, ma anche come espressione della nostra identità e dignità di persona. Perché il lavoro è anche e  soprattutto  espressione della identità e dignità della propria persona. Per questo perdere il lavoro o essere precari costituisce un dramma personale.

Penso, dunque, che il futuro del Paese dipenderà dalla capacità di rimettere al centro dell’economia il lavoro. Per questo è necessario dimostrare che San Marino non basa più la sua ricchezza economica sull’opacità, in modo da recuperare la credibilità internazionale innanzitutto da parte dell’Italia per uscire dalla black-list e permettere alle nostre aziende di operare.

È chiaro che la crisi ha reso anche più difficile il rapporto fra le parti sociali ed il ruolo stesso del sindacato richiede un  ripensamento nel momento in cui risulta estremamente difficile, se non impossibile, garantire quelli che sono i cardini dell’azione sindacale, cioè la difesa del posto di lavoro e la difesa del potere d’acquisto delle retribuzioni attraverso i rinnovi contrattuali.

Dobbiamo infatti registrare numerose difficoltà nel portare avanti il rapporto di contrattazione con le controparti. Di conseguenza i rinnovi contrattuali sono bloccati per tutti i settori da circa un anno e mezzo mentre quello del settore più ampio, cioè dell’industria, è fermo dalla fine del 2008 e intanto l’inflazione riprende a salire.

 

Per quanto riguarda il pubblico impiego dobbiamo anche constatare una tendenza a emarginare il ruolo del sindacato anche su materie di carattere contrattuale. Si verifica infatti la circostanza che la controparte è anche Governo del Paese e quindi può imporre per legge ciò che non ottiene contrattualmente. Questo è un tema non nuovo, ma in passato si è  seguita una prassi per cui non venivano normalmente introdotte norme di natura contrattuale senza il preventivo accordo o, quanto meno, senza aver espletato una  contrattazione od un confronto con le OOSS.

Negli ultimi tempi invece importanti scelte di  natura contrattuale sono state assunte per via legislativa senza neppure un minuto di confronto, dimostrando così l’intenzione di mortificare, se non annullare, il ruolo del sindacato. Si possono fare a questo proposito diversi esempi: la decurtazione delle indennità, il blocco degli stipendi  per il 2011 e 2012, alcune norme sul pensionamento, la mobilità coatta.

La difficoltà a portare a compimento i rinnovi contrattuali dei vari settori con contenuti dignitosi, ha indotto il Congresso della CDLS a proporre l’iniziativa referendaria “Referendum Salva Stipendi” che sta ottenendo una grande adesione da parte dei lavoratori e dei cittadini.

Ovvio che questa iniziativa attiri le critiche di chi non vede di buon occhio un ruolo attivo del sindacato o di chi vorrebbe scaricare sui lavoratori il peso maggiore della crisi, ma le critiche che abbiamo sentito in questi giorni appaiono pretestuose e non aderenti al quesito proposto infatti il referendum nasce non da una posizione ideologica, che tra l’altro non appartiene alla tradizione della nostra Confederazione, ma da una esigenza pratica di rendere di nuovo possibile il raggiungimento di accordi contrattuali equi e dignitosi. Il quesito si pone, infatti, l’obiettivo di salvaguardare in maniera automatica il potere d’acquisto delle buste paga solo nel periodo non coperto da accordi contrattuali. Dunque il referendum non affossa la contrattazione, che riteniamo debba restare lo strumento fondamentale dell’azione sindacale, ma al contrario spinge le parti a trovare un’intesa.

In questo anno e mezzo circa di impegno diretto all’interno della federazione che, vi garantisco, è stato molto intenso anche se ricco di tanti stimoli, sono stati affrontati  altri argomenti di grande rilievo per tutti noi e vorrei fare una carrellata dei due principali: la riforma delle pensioni e la riforma tributaria.

Sulla riforma delle pensioni, pur concordando sulla necessità di un intervento che mettesse in garanzia il fondo pensioni, la nostra confederazione ha espresso alcune riserve: una sulla filosofia che ha caratterizzato la modifica del primo pilastro, filosofia che tende a trasformare la pensione in un contributo minimo pressoché uguale per tutti e  che esplicherà i suoi pieni effetti una volta a regime, ma che già da ora produce le proprie conseguenze penalizzando in maniera crescente chi è più giovane.

L’altra riserva riguarda la modalità di gestione del fondo legato al secondo pilastro. Mentre abbiamo concordato, così come in passato, sull’introduzione del secondo pilastro, avremmo preferito che fosse di tipo contrattuale, gestito, cioè dalle parti contrattuali che poi sono quelle che effettuano i versamenti nel fondo. La soluzione proposta vede invece una forte presenza dello Stato ed un comitato di gestione composto, in maniera maggioritaria da membri eletti dalla politica.

 

L’altra importante riforma, quella tributaria, ha visto impegnato il sindacato prima nell’elaborare proposte  e quindi in un lungo e positivo confronto con la Segreteria di Stato alle finanze. Si è trattato di uno sforzo considerevole dal momento che questa appare come una riforma determinante sia per gli importanti risvolti economici legati alla necessità di recuperare risorse per il bilancio dello Stato, sia per garantire quell’equità di trattamento assolutamente indispensabile per evitare che la crisi economica si trasformi anche in crisi dei rapporti sociali. L’impegno profuso nel confronto ha permesso di giungere ad un testo sostanzialmente condiviso che avrebbe dovuto concludere il suo iter di approvazione consigliare entro il 2011. In realtà i tempi si sono allungati, la qual cosa fa pensare che vi siano forti resistenze al cambiamento e la legge è stata discussa in Commissione Consigliare solo qualche settimana fa. Francamente non sono in grado di dare una valutazione del testo uscito dalla Commissione poiché è stato reso pubblico da pochi giorni e, trattandosi di un documento di qualche centinaio di pagine  per di più tecnicamente complesso, non c’è stato il tempo di leggerlo. Alcune indiscrezioni parlano di cambiamenti rispetto a quanto concordato. Nei prossimi giorni andrà esaminato con attenzione e, qualora non garantisca il carattere di equità necessario, ne andrà richiesta la modifica ed una successiva rapida approvazione. È infatti molto importante che la riforma venga realizzata perché, in caso contrario, dal momento che  per mantenere i servizi  e lo stato sociale esistenti occorre recuperare le entrate che sono venute a mancare al bilancio dello Stato, non potrà che ripetersi quanto è avvenuto negli ultimi due anni in cui sono stati introdotti interventi straordinari come la mancata detrazione per i frontalieri, l’addizionale IGR, l’imposta su case e terreni che penalizzano coloro, lavoratori e pensionati, i cui redditi sono certi fino all’ultimo euro.

 

Venendo alle problematiche che interessano direttamente il pubblico impiego, occorre registrare che, dall’avvio della crisi, da più parti si è tentato di diffondere un’immagine grossolanamente demagogica e fuorviante, che tende a rappresentare la Pubblica Amministrazione come un carrozzone inefficiente e costoso, ricco di privilegi e causa di tutti i mali del Paese.

Non c’è dubbio che molto può essere fatto per aumentare l’efficienza della PA, per ridurre gli sprechi che certamente esistono, ma da parte dei pubblici dipendenti non può essere accettata l’idea che la crisi nasca dal pubblico impiego; così come occorre precisare che i costi della PA, e le spese correnti del bilancio dello Stato non sono rappresentate in maniera preponderante dagli stipendi come spesso si lascia intendere.

Altrettanto superficiale appare la polemica sul numero dei dipendenti che, secondo il luogo comune, sarebbero centinaia in più del necessario. È appena il caso di rammentare che il numero dei dipendenti non costituisce una variabile indipendente, ma è strettamente correlato al tipo e al numero di servizi che si intendono erogare e che i cittadini richiedono. Non si può non riconoscere che la quantità e la qualità dei servizi che vengono offerti ai cittadini sono spesso maggiori rispetto a quanto avviene fuori dai nostri confini.

Anche i dati statistici che vogliono dimostrate un numero di dipendenti più alto rispetto ad altre realtà, sono spesso riportati senza tener conto della specificità del nostro Paese che, pur essendo di piccolissime dimensioni, necessita di una serie di servizi derivanti dalla propria caratteristica di essere Stato, basti considerare una serie di nuovi uffici che si sono dovuti mettere in campo e si dovranno mettere in campo per corrispondere agli impegni derivanti dagli accordi internazionali. Né appaiono appropriati i confronti con altri microstati poiché, mentre a San Marino il pubblico si occupa pressoché di tutto, in altri Paesi avviene che anche servizi essenziali vengono demandati al privato.

In realtà, nonostante il costante ricorso alla mobilità avvenuto in questi anni, si registra in diverse situazioni una carenza di personale soprattutto nelle qualifiche medio alte e infatti i dirigenti ed i dipartimenti, che sono tenuti a richiedere o meno il mantenimento dei posti che si liberano, raramente ne propongono la soppressione.

Occorre poi ricordare che la PA assorbe quasi tutti i casi di invalidità dal momento che il settore privato non si fa carico di questa problematica.

Mi rendo conto che queste affermazioni possono apparire impopolari, ma con gli slogan ed i luoghi comuni non si costruisce nulla. Se  si vogliono trovare soluzioni ai problemi, pur in un quadro di compatibilità economiche, occorre analizzare la realtà nella sua complessità e certamente la PA rappresenta un sistema molto complesso in quanto, pur nelle ridotte dimensioni del Paese, risulta estremamente articolata.

 

Per questo è importante proseguire nel percorso di riforma della PA avviato già da tempo. Un percorso lungo e articolato, proprio per la  complessità del sistema da riformare. Sono state approvate molte leggi compresa quella sul modello organizzativo varata alla fine del 2011.

Su questa legge in particolare si è sviluppato un intenso confronto fra Governo e Organizzazioni sindacali lo scorso anno. Noi abbiamo giudicato positivamente questo confronto durante il quale diverse nostre richieste sono state accolte, in particolare quelle tese a garantire un ruolo di contrattazione e confronto per il sindacato nelle fasi successive di applicazione e gestione dei principi contenuti in tale legge, ruolo che nella stesura iniziale era stato messo in disparte. Ovviamente non tutto delle leggi di riforma approvate ci soddisfa, ma occorre ricordare che la riforma non si attua automaticamente il giorno dopo l’approvazione di una legge,  è, infatti, un processo che si attua nel tempo e sul quale è importante mantenere la possibilità di intervenire man mano che si realizza, anche operando con modifiche dove si rendessero necessarie.

C’è stato però un aspetto della legge sul modello organizzativo della PA che non abbiamo condiviso e su cui non è stato possibile trovare un accordo, ciò nonostante il Governo ha ritenuto di procedere ugualmente: è l’introduzione di un diverso regime normativo e retributivo per i nuovi assunti. Come saprete la legge prevede per i futuri dipendenti l’assunzione non più in organico ma a tempo determinato o  indeterminato e una retribuzione più bassa.

Continuo a ritenere sbagliato questo provvedimento e penso che renderà più complessa la gestione futura della PA oltre a scaricare sui giovani il costo della crisi. Avevamo proposto un’alternativa, sempre nell’ottica del contenimento dei costi, forse più articolata, ma  che avrebbe evitato le tensioni che il sistema introdotto inevitabilmente produrrà.

Nonostante ciò, dopo anni e anni in cui l’Amministrazione pubblica si trova in uno stato di provvisorietà continua con interventi che sono solo di emergenza e non collocati in un disegno razionale e organico, oggi vi è la possibilità di arrivare a conclusione del processo di riforma perché sono stati definiti gli strumenti giuridici. Certamente la crisi rende più difficile il lavoro dovendo fare i conti con risorse ridotte e tagli di spesa, tuttavia occorre procedere alla definizione del fabbisogno e alla sua ricopertura in modo che gli uffici e i servizi possano operare nella “normalità” ed i dipendenti possano sentire l’orgoglio di appartenere ad essa e di prestare una funzione indispensabile per il loro Paese.

 

Ma il primo passo da fare non può che essere la stabilizzazione dei precari. Il fenomeno del precariato è andato espandendosi ben oltre gli aspetti fisiologici e temporalmente circoscritti a causa dei ritardi accumulatisi negli anni e sanare la  situazione dei precari è non solo giusto, ma anche indispensabile all’amministrazione per  raggiungere quella situazione di normalità a cui accennavo poc’anzi.

Purtroppo il Governo ha inteso utilizzare la stabilizzazione dei precari come arma di pressione per ottenere altri risultati che nulla hanno a che fare col precariato.

In un primo tempo, infatti la stabilizzazione è stata correlata all’accettazione dell’introduzione del nuovo regime retributivo di cui parlavo sopra, poi alla definizione di un rinnovo contrattuale fatto di rinunce per i lavoratori in cambio di contropartite molto modeste.

Le OOSS hanno chiesto da subito di tenere separate le due problematiche, ma il Governo pone la questione come pregiudiziale, ritenendo che a fronte della stabilizzazione debbano essere accettati tagli e rinunce, in particolare il Governo propone, oltre ad altri tagli, un prolungamento della durata del contratto che scade quest’anno, fino al termine del 2014 prevedendo il blocco degli aumenti per i 4 anni di validità. In questo modo oltre a tagliare il valore degli stipendi si vuol far pagare il costo della stabilizzazione ai dipendenti pubblici, come se il fenomeno del precariato fosse causato dai dipendenti stessi. In realtà le norme varate dal Governo, quelle su cui non c’è stato alcun confronto preventivo come accennavo poco fa, hanno già prodotto, a spese dei dipendenti, le economie necessarie per la stabilizzazione infatti la decurtazione delle indennità nata proprio per questo, è sufficiente a coprire il costo del primo anno di stabilizzazione, mentre il mancato adeguamento degli stipendi per il 2010 e il 2011, che certamente non verrà recuperato negli anni futuri, permette di coprire abbondantemente il costo nel tempo. Per quanto riguarda l’aspetto specifico della stabilizzazione la nostra Federazione ha anche evidenziato che nel testo finora elaborato si prevede una differenziazione di requisiti che realizza, nei fatti, delle disparità. A questo proposito abbiamo avanzato una proposta che, a nostro avviso, avrebbe evitato il rischio di introdurre criteri differenziati, ma mi pare che nell’ultimo incontro la nostra proposta sia caduta nel vuoto. Il problema comunque rimane.

 

Sempre nell’ultimo incontro, che si è svolto giovedì scorso, si sono registrate delle aperture di altre Federazioni circa il rinnovo e il prolungamento della validità del contratto così come proposto dal Governo, con qualche garanzia per le retribuzioni più basse.

Su questo aspetto specifico, data l’importanza che riveste, abbiamo fatto presente che trovandoci a poche ore dalla celebrazione del Congresso ed essendo gli organismi della nostra Federazione in scadenza non eravamo in condizione di esprimere una nostra posizione in mancanza di un mandato preciso e anche per una questione di rispetto nei confronti dei nuovi organismi che verranno eletti oggi e nei prossimi giorni e che dovranno prendere una decisione in merito al prosieguo di questa complessa trattativa.

 

Un altro tema che sta emergendo in maniera sempre più consistente è quello delle esternalizzazioni di parti di servizi che finora venivano svolte internamente alla PA.  Preoccupa il fatto che ciò stia avvenendo in maniera strisciante senza un trasparente progetto che permetta di valutare costi, benefici, qualità dei servizi e soprattutto ricadute occupazionali, poiché le ditte titolari degli appalti si servono spesso di personale esterno, in un momento in cui all’interno aumenta la disoccupazione.

Avviandomi rapidamente alla conclusione, vorrei ritornare al titolo del Congresso e declinare alcuni aspetti in cui si può articolare  il contributo della PA nello sforzo necessario per contrastare la crisi e riavviare lo sviluppo.

La sanità: ha visto negli ultimi anni una riorganizzazione ed un miglioramento dei servizi. Ci sono ora le condizioni per creare una circolarità con le realtà esterne che permetta, come sta già avvenendo in alcuni casi, collaborazioni attraverso i professionisti dell’ISS,  in modo da acquisire esperienze più ampie, rimanere aggiornati sull’evoluzione di un settore in continua innovazione e allargare il bacino di utenza con vantaggi anche  economici.

La stessa circolarità che occorrerebbe realizzare in altri ambiti di specializzazione come quello universitario, creando con realtà italiane o internazionali la possibilità di interscambi fra ricercatori e docenti in modo da inserire San Marino in una rete  che permetta anche a giovani sammarinesi di avviarsi alla ricerca e alla carriera universitaria, conquistando così competenze di livello elevato che potranno poi essere messe a disposizione nel nostro Paese.

I Paesi che meglio affrontano la crisi sono quelli in cui si punta molto sulla formazione. Ma la formazione non si realizza solo da grandi; è un percorso che inizia fin dalla infanzia e prosegue  nei vari cicli scolastici. Chi forma i giovani ha una grande responsabilità per il futuro del Paese. San Marino giustamente investe molto nella scuola, e tali investimenti possono essere messi a frutto in misura maggiore  con interventi organizzativi e didattici che rientrino in una visione complessiva di politica scolastica, che non richiede ulteriori costi ma che ridia autorevolezza alla scuola laddove sia venuta a mancare e la metta in grado di fornire una formazione adeguata alle sfide ed alla competitività globale che i giovani si troveranno ad affrontare.

I settori amministrativi: sono forse quelli in cui si è investito meno in termini di formazione del personale, di innovazione tecnologica, di valorizzazione delle risorse umane, mentre una amministrazione snella, rapida, efficiente e di qualità costituisce uno dei motivi per attrarre investimenti dall’esterno.

 

Mi sono permesso di soffermarmi su questi aspetti soltanto a mo di esempio. Ciascuno di voi può molto meglio di me declinare quale sia il contributo che il proprio settore specifico può dare per affrontare la crisi. Ma mi premeva mettere in evidenza il grande ruolo che la PA esercita nel Paese di cui non sempre ci si rende conto e gli stessi dipendenti possono dare per scontato. Ruolo che può e deve risultare determinante non solo per l’uscita dalla crisi, ma anche per il rilancio e lo sviluppo della nostra Repubblica.

 

Alla politica ed anche un po’ al sindacato il compito di non mortificare la Pubblica Amministrazione, ma dargli il giusto riconoscimento.

 

Grazie

 

Serravalle, 21 maggio 2012

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