Fatture false: società fantasma tra Rimini e San Marino
Un giro vorticoso di fatture false lungo sette anni, milioni nascosti all’erario, società fantasma tra Rimini e San Marino, prestazioni milIantante in favore degli hotel lungo la costa. La Guardia di Finanza stronca la maxi evasione fiscale messa in piedi da due imprenditori riminesi, finiti al centro di un’indagine in cui sono rimasti coinvolti anche un notaio e un funzionario della Camera di commercio. Un’operazione dagli effetti deflagranti, conclusa nei giorni scorsi grazie alla collaborazione dell’Agenzia delle entrate, con cui i due evasori hanno “conciliato” il pagamento di oltre due milioni di euro. Sette anni di fatture false. Incuranti di tutto e di tutti ci hanno provato, per sette anni, dal 2002 al 2008. Un lungo periodo nel quale gli affari sono andati a gonfie vele ai due imprenditori 48enni, titolari di una società Informatica nel campo della creazione dei software, con sede legale a Riccione. n gioco era semplice e redditizio: ogni anno, in vista della chiusura del bilancio, ci si muoveva per la produzione “all’ingrosso” di fatture false. Roba a diversi zeri: 508mila euro nel 2002; 311mila nel 2003; 264mila nel 2004; 353mila nel 2005; poi via in escalation fino a raggiungere i 650mila nel 2007 per poi scendere ad “appena” 450mìla nel 2008. Evasione milionaria. Un conto astronomìco di “nero” da 2 milioni e 910 mila e 257euro, risultato di prestazioni di teleassistenza sull’uso di appositi software destinati agli hotel, per il ricevimento dei clienti e la gestione delle camere. Peccato che per evadere il fisco, le menti dell’operazione si fossero riugiate dietro una società sammarinese fittizia, senza personale, da cui formalmente arrivavano le consulenze corredate dalle relative fatture. Tutte spese create ad hoc e iscritte a bilancio per abbattere l’utile su cui pagare le tasse. San Marino, i conti non tornano. Liscio come l’olio il gioco è durato per tanto tempo. Fino a quando non si è mossa la Finanza, che ha fatto scattare i controlli. Nel mirino delle Compagnia di Rimini, guidata dal capitano Antonio Mariella, è finita proprio la società di software, in cui i militari non hanno impiegato tanto per capìre che i conti non tornavano.
Gli accertamenti fiscali hanno quindi scoperchiato una situazione di “nero” clamorosa: i due imprenditori hanno però negato il loro coinvolgimento diretto con la società di San Marino. Almeno per poco. Evasori spalle al muro. La Finanza ha prima accertato che i due erano titolari al 50 per cento di questa attività fantasma sul Titano; poi hanno accertato una produzione di ‘fatture fittizie da capogìro; in ultimo, grazie ai cosiddetti indirizzi IP che fanno risalire ai computer di origine, hanno confermato che le teleassistenze venivano fornite agli alberghi dalla sede riminese dell’azienda. Scattano i sequestri. Inchiodati alle loro responsabili tà, la Fi• nanza ha ” fatto scatté- re la seconda fase In sìnergìa con la Procura: il giudice del Tribunale di Rimini Stefania Di Rienzo, su richiesta del pm Davide Brcolanì, tìtolare dell’indagine, ha disposto il sequestro preventivo per un ammontare di 460mila euro: la sede dell’azienda; la metà di un appartamento di uno dei coìnvolti (in comunione dei beni con la moglie); i computer; le quote socìetarie. Reazione disperata. Un colpo secco che gli imprenditori hanno cercato di schivare, chiedendo una fideiussione a una banca per garantire l’eventuale pagamento delle spese penali. Niente da fare: dìetro il parere della stessa Finanza, il tribunale ha negato il dissequestro, per timore che i due potessero dichiarare fallimento o vendere la società, ed evitare di pagare il conto con l’erario.
L’ultimo escamotage. Gli imprenditori, incuranti di quanto stesse accadendo, hanno quindi giocato l’asso nella manica con un colpo a sorpresa. Hanno tentato di cambiare ragione sociale della loro impresa: da Società in nome collettivo (Snc) a Società a rischio limitato (Srl) con capitale di appena samìla euro, il motivo: mettere al sìcuro da successivi pignoramentì i loro beni personali. E ci sono riusciti, almeno inizialmente. Notaio e camere di commercio nei guai. L’atto costitutivo, firmato davanti a un notaio, è stato iscritto alla Camera di commercio, in barba a tutte le regole. Ma un “gioco di prestigio” così sporco non poteva passare inosservato. Il conservatore della Camera di commercio e il notaio sono stati deferiti e dovranno rispondere del reato di mancata esecuzione dolosa del provvedimento del giudice: il primo avrebbe infatti avvertìto della particolare sìtuazione in cui versava la società ma il notaio avrebbe insistito comunque sulla necessità di arrivare a questo cambio di ragione sociale. Recuperati due milioni. La stoccata finale è quindi arrivata grazie all’Agenzia delle entrate, che per mano del funzionario Massimo Florio è riuscita a monetìzzare la lunga indagine della Finanza. Gli imprenditori hanno infatti alzato bandiera bianca e nei giorni scorsi, in sede di conciliazione, hanno restituito allo Stato 2.002.196 euro. Per loro i guai non sono finiti. Saldato il conto con il Fisco, resta in sospeso quello con la giustizia: i due, oltre che di mancata esecuzione dolosa del provvedimento del giudice, dovranno rispondere di utilizzo di fatture inesistenti.
Corriere di Romagna
















