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Il fallimento della flessibilità

copia%20di%20operaio-tunnel.jpgSAN MARINO 8 FEBBARIO 2010 – La flessibilità? Una vecchia ricetta, che in tempi di profonda crisi occupazionale appare sempre più inutile. Eppure la deregolamentazione del lavoro, è l’unica “proposta” che l’Anis ha saputo avanzare al tavolo tripartito.  Questa lin sintesi l’analisi di Michele Guidi (Orgoglio Operaio) che volentieri pubblichiamo.

A cosa serve la flessibilità sul mercato del lavoro se l’Europa ha perso 6 milioni di posti nell’ultimo anno e se a San Marino sono scomparsi circa un mille posti di lavoro e di questi più di un terzo rappresentati da lavoratori a tempo determinato o interinali, i cosiddetti flessibili? La domanda assume un rilievo non secondario in un momento in cui governi ed istituzioni internazionali cercano formule efficaci per uscire dalla drammatica crisi degli ultimi due anni. Mentre cadono vecchi modelli economici e si esauriscono ricette consolidate di sviluppo ispirate dal liberismo di mercato, mentre le banche sono nazionalizzate e le grandi industrie ricevono enormi sostegni pubblici per poter sopravvivere, si inizia anche a discutere se non sia il caso di rivedere le politiche tradizionali, ma finora considerate comunque innovative e indispensabili, di organizzazione del lavoro.

Niente di rivoluzionario, per carità. La flessibilità rimane una condizione essenziale del mercato del lavoro attuale e lo sarà anche in futuro. Ma si possono discutere funzioni e condizioni e, soprattutto, si possono cogliere e sottolineare le differenze tra chi ci guadagna e chi ci perde in particolare quando il ciclo dell’economia è basso come oggi. L’ANIS, ha sempre promosso la flessibilità per migliorare le perfomances dell’economia Sammarinese e per aiutare i lavoratori a trovare nuove occasioni di occupazione. I miglioramenti conseguiti nella crescita delle flessibilità ovunque, compresa a San Marino, non sono stati, tuttavia, in grado di proteggere i lavoratori dagli effetti della crisi economica. Secondo alcuni economisti la presunta superiorità dei mercati del lavoro flessibili funziona solo in condizioni di piena occupazione, quando il lavoro c’era per tutti e quando una disoccupazione era al 2% a San Marino.
Quando, invece, c’è la recessione, quando le aziende soffrono e ristrutturano, i lavoratori flessibili, ma per San Marino potremmo usare il termine più familiare di “precari”o “interinali”, sono i primi a pagare. L’evidenza di questa affermazione sta nei fatti che abbiamo visto negli ultimi due anni a San Marino. Le imprese di ogni dimensione e settore di fronte all’avanzare della crisi hanno immediatamente buttato fuori i lavoratori flessibili, quelli che per scelta soprattutto per costrizione, hanno contratti a tempo determinato o altri tipi di assunzione momentanea.

La crisi, qualora ce ne fosse stato bisogno, ha confermato che il modello della flessibilità, comprese quelle formule che dovrebbero essere governate, non produce vantaggi per i lavoratori che, anzi, vedono ridimensionati i propri diritti, indeboliti (quando ci sono) i sistemi di protezione sociale e le stesse rappresentanze e tutele sindacali. La flessibilità non è più un’occasione di crescita personale e professionale – vado da un posto all’altro, maturo esperienze, divento più bravo –ma sconfina nella precarietà che spesso non è solo lavorativa,ma diventa umana coinvolgendo la vita affettiva, familiare, di relazione sociale.

Il costo della flessibilità, comunque lo si guardi, è tutto a carico del lavoratore che lo paga sul piano personale e sociale,e senza la possibilità di fare i progetti per il futuro soprattutto per un giovane che si colloca oggi nel mondo del lavoro . Se sono flessibile e senza lavoro come faccio a pagare l’affitto e a sposarmi?
Siamo tutti convinti che il “posto a tempo indeterminato”, sia l’unico strumento come base su cui costruire una società sicura e più giusta per tutti i compagni operai o lavoratori ,aldilà di religione ,o pensiero politico ,o colore della pelle ,possono avere gli individui,nel rispetto della loro identità e dignità.  La realtà è che la flessibilità priva di sicurezza il lavoratore trasformandolo immediatamente in una voce secondaria del bilancio aziendale, tagliabile o reintegrabile come la pubblicità e il marketing di riflesso ai movimenti dell’economia. Ma non può funzionare così, almeno per coloro che guardano al lavoro per costruire un modello culturale e sociale che aiuta la persona a crescere e a emanciparsi.
Sarebbe un bel principio per quelle forze politiche di sinistra, che non hanno rinunciato a guardare al lavoro come un punto di partenza della loro battaglia di ideale di solidarietà e di fratellanza                                                  

Michele Guidi  (Orgoglio Operaio)



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